senato romano

 

(20.11,2017)

Qualche giorno fa la giornalista Antonella Aldrighetti, di "Il Giornale" mi ha intervistato sulla questione della cittadinanza che si trasmette" iure sanguinis" "oppure "iure soli".

Poi l'intervista è stata pubblicata su Il Giornale, ma in modo incompleto, probabilmente la giornalista non aveva spazio sufficiente oppure le interessavano solo alcuni passaggi.

Pubblico pertanto l'intervista completa, qui di seguito

Marco Pepe 

articolo Il giornale

 

 


1. Quali sono le difficoltà che un cittadino estero, che però ha espresso ‘la non rinuncia’ alla cittadinanza italiana, incontra nel momento della richiesta di riconoscimento?

Anzitutto, stiamo parlando di cittadini italiani, trasferiti all'estero molti anni prima.


Si tratta del fenomeno dell'emigrazione che ha colpito l'Italia, come tanti altri Stati europei negli anni 1800 e 1900.
 
Poichè in Italia negli anni 1800- 1900, non esistevano le condizioni di vita normali per la sopravvivenza, o comunque questa era molto dura, ed il lavoro agricolo non rendeva a sufficienza, oppure molti non possedevano nulla,  milioni di persone sono emigrate all'estero.
 
    I periodi interessati dal movimento migratorio vanno dal 1876 al 1915 e dal 1920 al 1929 circa. Sebbene il fenomeno fosse già presente fin dai primi anni dell'Unità d'Italia, è nel 1876 che viene effettuata la prima statistica sull'emigrazione.    Si stima che solo nel primo periodo partirono circa 14 milioni di persone, con una punta massima nel 1913 di oltre 870.000 partenze, a fronte di una popolazione italiana che nel 1900 giungeva a circa 33 milioni e mezzo di persone. 
 
  In questo quadro, alcuni Stati esteri richiedevano la naturalizzazione dell'immigrato, in particolare gli Stati Uniti d'America, il Venezuela ed altri Stati, ove di fatto venne imposta a tutti gli immigrati la naturalizzazione, per il timore di movimenti che sovvertissero l'ordine pubblico. 
  Negli Stati dell'America meridionale, invece, non veniva richiesta la naturalizzazione come condizione per vivere in quei territori.
 
Per cui attualmente abbiamo tre categorie di emigrati: la prima, quelli il cui antenato capitò in uno Stato che non richiedeva la naturalizzazione, per cui  i discendenti di questi oggi possono essere riconosciuti cittadini italiani.
 
La seconda categoria di emigrati, quelli che richiesero la naturalizzazione nello Stato estero (o meglio, ai quali fu di fatto imposta la naturalizzazione): i discendenti di questi non possono recuperare la cittadinanza italiana, perchè la legge dell'epoca sulla cittadinanza, la n. 555 del 1912, impedisce il recupero in caso di naturalizzazione nello Stato straniero.
 
  Vi è poi una terza categoria, i discendenti di emigrati in cui una donna (in genere la figlia dell'emigrante) sposa un cittadino dello Stato straniero e per questo perde la cittadinanza, sempre ai sensi della Legge 555 del 1912. Oggi, dopo lunga elaborazione della giurisprudenza, i discendenti della donna ( "...maritata con cittadino straniero")  possono recuperare la cittadinanza solo rivolgendosi al Tribunale italiano.
 
  Chiarita questa situazione, passo ora a rispondere alla questione della "non rinuncia", o meglio, dei discendenti di cittadino italiano, emigrato negli anni 1800 e 1900, che non aveva mai rinunciato alla nostra cittadinanza.  I discendenti devono fare domanda al Consolato italiano all'estero (semprechè si tratti di discendenza in linea maschile) e devono portare una documentazione originale, tra cui i certificati di nascita e matrimonio dell'antenato italiano, e poi i certificati di nascita e matrimonio di tutti i discendenti.  Questi certificati sono tradotti e muniti di Apostille, ai sensi della Convenzione de L'Aja del 1961, e con l'Apostille sono validi anche in Italia. 
 
  I Consolati italiani all'estero e lo stesso Ministero degli Esteri, già oberati di lavoro e con scarse risorse, non vedono di buon occhio questa pratica, e spesso frappongono ostacoli di ordine burocratico: appuntamenti ritardati di anni, richiesta di certificati difficili o impossibili da ritrovare, tempi lunghissimi nonostante oggi la trasmissione telematica agevoli il processo.  Sino a qualche anno fa la trasmissione era per via postale, attraverso il Ministero dell'Interno, e la posta giaceva per mesi ed anni. Ora con la trasmissione telematica si fa tutto velocemente, ma la trattazione della pratica è comunque lenta da parte dei Consolati
 
  Molti discendenti di emigrante,  per accelerare il procedimento, vengono in Italia e prendono la residenza in un Comune italiano. Ciò significa l'abbandono del lavoro talvolta per anni, difficoltà di ogni genere, problemi di lingua, tutto ciò al solo scopo di avviare la pratica di recupero della cittadinanza originaria.
 
  Ora  molti passi avanti sono stati fatti, la Pubblica Amministrazione fa quello che può, tuttavia la legge attuale non facilita questo procedimento, anzi lo ostacola rendendo troppo lungo e difficile questo iter..
 
  Per molti cittadini italiani, figli di emigrante, quindi il recupero della cittadinanza diventa una corsa ad ostacoli, con costi insopportabili specialmente se uno è giovane e deve lavorare per vivere.  
 
  In conclusione, appare oggi più  favorito lo straniero immigrato illegalmente, che con la Protezione internazionale ha subito uno status giuridico e poi alla fine di un lungo processo può conseguire una cittadinanza italiana (al rifugiato spetta dopo 5 anni di residenza legale) piuttosto che all'italiano, figlio o discendente di emigrante, che deve attraversare la via Crucis delle certificazioni, appuntamenti consolari a 2-3 anni di distanza, oppure giudizi che mediamente durano 2-3 anni.  
  
    
2. E' vero che certi comuni del centro sud rispetto a quelli del nord si dimostrano più restii a riconoscere il diritto di cittadinanza per iure sanguinis?

  Non mi risulta che vi siano più resistenze al Sud piuttosto che al Nord.  La pratica dipende dalla solerzia del singolo Funzionario comunale.

 

3. La legge n. 91 del 1992 ha rafforzato il principio dello ius sanguinis ed è nata proprio per favorire gli italiani all’estero, cioè la discendenza degli emigrati italiani. Oggi possiamo affermare che è ancora così o ci sono delle vacatio?

  La Legge di Riforma della cittadinanza del 1991 ha sostituito la antica Legge sulla cittadinanza del 1912, che ormai era stata dichiarata incostituzionale in ogni suo articolo. La Riforma del 1991 ha introdotto un nuovo concetto di cittadinanza: non più la cittadinanza che si trasmette da padre a figlio, ma una cittadinanza più ampia, intesa come un insieme di rapporti civili e giuridici accomunati dalla stessa provenienza di territorio, dalla stessa lingua, dallo stesso ceppo europeo, dalle stesse tradizioni e cultura.  Questo sentimento della cittadinanza è ancora molto spiccato nei discendenti degli emigranti, i quali ad un certo punto della loro vita vogliono capire chi sono e da dove vengono, e cosa li distingue da altri gruppi di persone. Io stesso ad un certo punto della mia vita volli andare a vedere il paese dei miei antenati, e questo fa parte della formazione dell'individuo. La ricerca delle proprie radici è un componente della nostra esistenza, non l'unico certo, ma è fondamentale. 

 
  Oggi poi la questione va vista sotto altro punto di vista: preferiamo e facilitiamo l'immigrazione attuale degli stranieri che affollano le nostre coste, oppure è preferibile recuperare la cittadinanza a favore degli italiani che dopo anni di emigrazione vorrebbero ritornare in Italia, o comunque essere riconosciuti italiani?  Se preferiamo il recupero della cittadinanza per i discendenti dei nostri antenati emigrati, allora si deve fare una legge che faciliti questo recupero, in quanto la prassi burocratica attualmente impedisce un sereno e normale recupero della cittadinanza. 
  Quindi la Legge 91 del 1992 ha ampliato il concetto di cittadinanza, favorendo il recupero, ma poi il procedimento burocratico non favorisce il recupero della cittadinanza.
 
4. Si ricorre spesso alla giustizia per vedersi riconoscere il diritto di cittadinanza? Se sì, possiamo avere qualche dato percentuale?

Come accennavo, tutta una categoria di discendenti di emigranti, quelli che discendono da donna che ha sposato cittadino straniero, possono recuperare la cittadinanza solamente con un giudizio contro il Ministero dell'Interno.  Ci si potrebbe chiedere che colpa hanno questi per essere costretti a rivolgersi al Tribunale, mentre i discendenti in linea maschile non devono accedere a nessun Tribunale.
  Tempo fa chiesi ad un Senatore se non era il caso di proporre una modifica legislativa. Questi mi rispose: "Ma lei ci guadagna con la cittadinanza?" .
  La risposta non era certo adeguata, ma  in quel momento capii che la questione era un pò complessa, nessuno la capiva,  neppure il Senatore l' aveva compresa, ci voleva del tempo per sensibilizzare le persone e l'unica cosa che si poteva fare era quella di far conoscere il problema che non è di facile comprensione. 
  Quindi sono tanti i casi di ricorso alla Giustizia per recupero della cittadinanza, molte migliaia, ma non saprei dire quanti in percentuale.
 
 
5. E quali sono i tempi cui un cittadino è sottoposto prima di ottenere la cittadinanza, sia se si rivolge in Tribunale sia per la domanda inoltrata all'anagrafe del comune dove ha la residenza?

Se ci si rivolge al Tribunale i tempi sono da uno a tre anni, dipende dalla solerzia del Giudice e dall'affollamento dei Tribunali.
Se si fa domanda al Comune, anzitutto ci si deve trasferire per un periodo di sei mesi o un anno in Italia.  Poi si deve affittare una casa per avere una residenza. Solo dopo ci si può rivolgere al Comune di residenza.
   Dalla domanda alla risposta possono passare da tre mesi ad un anno, anche qui dipende dalla solerzia del Funzionario comunale e dalla documentazione, se completa oppure no.
 

6. Quanto è oneroso per un cittadino estero che riesce a dimostrare la catena parentale fino al capostipite cittadino italiano riconoscere la cittadinanza italiana?

Ora, mentre in Italia andiamo al Comune e ci facciamo dare il certificato, in alcuni Stati questa operazione costa anche centinaia di euro per ogni certificato, con traduzione ed Apostille. Inoltre spesso si deve pagare una quota a chi rilascia il certificato estero, vi sono delle Agenzie che svolgono questo compito spesso devono pagare delle tangenti nei Comuni stranieri, le cose spesso funzionano così.
    Infine una discendenza completa dal 1900 sino ad oggi può costare in certificati anche 1500-2000 euro all'estero, ma non so con esattezza perchè gli interessati si rivolgono a queste Agenzie o ad avvocati del posto.  Qui in Italia posso dire che non questi fenomeni non avvengono, e le Amministrazioni comunali sono diventate efficienti con l'avvento del computer, spesso si riesce a risolvere con facilità.  Sorgono problemi quando l'antenato è nato prima dell'Unità di Italia e si deve ricercare il certificato presso le Parrocchie, qui la ricerca è manuale, spesso ci sono dei volontari, la questione diventa più lunga, ma posso dire che quanto ad anagrafe, l'Italia è ai primi posti sin da quando Napoleone Bonaparte istituì la prima anagrafe nel 1800, poi presa ad esempio da tutti gli Stati che allora componevano l'Italia.

7. Perché possiamo accennare anche a un mero opportunismo di diventare cittadino italiano per ius sanguinis e non possiamo avanzare gli stessi sospetti per chi vuole portare avanti lo ius soli?

I motivi per cui si chiede la cittadinanza sono quasi sempre di natura economica, solo per pochi prevale il sentimento nazionale. 

Si emigra per la sopravvivenza, per migliorare la propria condizione, ma anche per fondare una nuova società distinta da quella dei nostri padri. 
   Gli stessi Ebrei hanno seguitò i loro Padri nella ricerca della Terra Promessa, che infine hanno trovato, per cui è un movimento naturale  che non si può impedire.  Tutti noi vorremmo condizioni di vita migliori.
    Piuttosto si dovrebbe insegnare a tutti a valorizzare la terra dei nostri antenati, anzichè andare a cercare terre altrui da conquistare, anche perchè poi nella nuova Terra ritroveranno gli stessi problemi del luogo di provenienza.
   Quindi il problema oggi non è più quello di favorire lo ius soli o lo ius sanguinis, ma di decidere se in Italia vogliamo favorire l'immigrazione degli stranieri oppure quella degli stessi italiani di ritorno.  
   Ritengo che l'errore in cui molti attualmente cadono è quello di parlare in termini assoluti, o ius sanguinis, o ius soli.  Invece, sino a quando gli stranieri sul nostro territorio erano pochi, si poteva aprire maggiormente  allo ius soli. Ora che sono troppi, può essere più opportuno restringere lo ius soli e "favorire" lo ius sanguinis, in quanto è visibile su tutti gli autobus e sulla metropolitana  che la popolazione italiana è quasi in minoranza.
 
  Anche in Gran Bretagna fu ridotto lo ius soli e ripristinato lo ius sanguinis per impedire una immigrazione eccessiva che infine avrebbe privato gli inglesi del loro territorio.   In Italia abbiamo una tradizione di ospitalità e ciò ci fa onore, ma si devono considerare prima le necessità degli stessi  italiani  se non si vuole creare uno squilibrio.
   Dunque il problema è proprio quello di mantenere un giusto equilibrio tra la nostra società e gli stranieri, ed in questo l'immigrazione di ritorno degli stessi italiani può aiutare a mantenere questo equilibrio.
 
    Questo problema era già stato affrontato da Mussolini nel deprecato ventennio. Poichè le statistiche dell'epoca avevano previsto l'estinzione degli italiani nei prossimi 100 anni, per scarsa natalità, lo Stato aveva costruito case e favorito la famiglia e all'epoca vi fu un notevole incremento della popolazione. Oggi queste politiche sono dimenticate, la casa ed il lavoro sono un problema, e di figli se ne fanno sempre di meno, forse il problema oggi non viene affrontato in modo adeguato e non esiste ancora un sistema di incentivi per la famiglia. L'accesso agli asili nido è difficilissimo, un bambino ha costi spesso eccessivi, insomma è tutto il sistema che andrebbe migliorato con interventi opportuni e costanti.
    

8. A questo proposito possiamo accennare che la richiesta di cittadinanza + in crescita in questi ultimi anni? Se sì possiamo azzardare percentuali?
 
  Io non parlerei di percentuali, l'ISTAT ci potrà aiutare meglio, ma invece parlerei  di politiche tendenziali, nel senso di favorire in questo periodo il recupero della cittadinanza a favore dei discendenti di italiani emigrati nel passato.  Per far ciò è necessaria una legge che anzitutto elimini le "categorie" di discendenti da emigrante  e, in linea con i principi di cui alla Legge 91 del 1992, ammetta tutti i discendenti al recupero della cittadinanza, e non solo alcuni di essi, non apparendo giuste le distinzioni tra chi si è naturalizzato (per forza) e chi invece è capitato in uno Stato che non richiedeva la naturalizzazione.  Poi vanno semplificate le procedure per fare in modo che tale recupero non sia una via Crucis. Infine si dovrebbe istituire una Autorità, diversa da quella consolare, che esamini in tempi rapidi le domande e crei un dialogo con i richiedenti, allo scopo di favorire il recupero.